L'importanza dei cappelli: significato sia personale che sociale
L’abbigliamento e gli accessori che indossiamo non sono solo scelte estetiche, ma un mezzo per esprimere la nostra identità e le nostre emozioni. Secondo studi di psicologia e comunicazione, la moda è prima di tutto una forma di linguaggio.
Gli elementi non linguistici, come il modo di vestire, le espressioni facciali, i gesti e la postura, contribuiscono a trasmettere informazioni sulla nostra identità durante le interazioni interpersonali; in pratica, amplificano i nostri messaggi non verbali e arricchiscono la nostra immagine sociale.
Di conseguenza, perché indossiamo un certo tipo di abbigliamento o accessorio la mattina piuttosto che un altro?
Partendo dal proverbio “Clothes make the man”, oppure citando Shakespeare “The apparel oft proclaims the man” (“L’abito fa l’’uomo”), vediamo come l’abito, ed il copricapo, parlano di chi lo indossa, esplorandone il significato psicologico e sociale.
Protezione fisica
L’essere umano è naturalmente privo di protezioni naturali e gli indumenti svolgono la funzione di schermare il corpo dalle condizioni meteorologiche e di regolarne la temperatura. Il cappello ha il ruolo essenziale di proteggere la testa da sole, pioggia e freddo.
Nel corso dei secoli, cappelli e vari ornamenti sono serviti anche per contenere e coprire le chiome delle donne. Tuttora, quando abbiamo un bad hair day, un cappello, una fascia o un turbante sono perfetti alleati glamour per gestire una capigliatura indisciplinata.
I copricapi hanno, inoltre, una funzione simbolica: proteggono e valorizzano la parte più nobile del corpo umano, la testa, sede del pensiero e della conoscenza. Per questo, nella storia, corone ed emblemi sono sempre stati posizionati sul capo.
Scudo sociale e rifugio emotivo
Studi psicologici rivelano che gli accessori riflettono aspetti emotivi, sociali e culturali.
Per alcune persone, un berretto o un cappello a tesa larga possono diventare uno scudo sociale che offre una sensazione di sicurezza in situazioni interpersonali complesse.
Avere lo sguardo coperto, nascondersi sotto l’ombra di una visiera o una tesa, fornisce riparo, aiuta a mimetizzarsi, dona anonimato e facilita il distacco dal mondo esterno.
Proteggere gli occhi, d’altro canto, può anche dare un alone di mistero. Il famoso cappello indossato da Melania Trump durante l’Inauguration Day, il giorno dell’insediamento del marito Donald Trump, ne è un esempio attuale.
L’ampia tesa calata sulla fronte limitava le interazioni e celava le sue micro-espressioni; evidentemente la scelta del modello di cappello è stata accuratamente studiata per non far trapelare i suoi giudizi non verbali e proporzionare una sorta di distanziamento sociale.
L’impatto di questi accessori è chiaro perché oltrepassa la loro funzione primaria: sono potenti strumenti nella modulazione dell’identità emotiva.
In America, durante gli anni ’30 e primi anni ’40, le dive di Hollywood, come Greta Garbo, Malene Dietrich, Gene Tierney e Lana Turner, usarono, al contrario, questa allure di mistero come strumento di seduzione, vestendo i panni di “femme fatale”.
Espressione dello stato d’animo
Indossare un cappello è sinonimo di autoaffermazione, una dichiarazione personale della nostra individualità.
Il cappello è il riflesso dei nostri principi, delle esperienze di vita, della nostra attitudine e della nostra appartenenza.
La tipologia di copricapo può rivelare molto sul carattere e lo stato d’animo di una persona:
- Coroncina di fiori → Felicità, romanticismo e spensieratezza.
- Veletta → Mistero, seduzione o desiderio di nascondersi.
- Piume e decorazioni particolari → Indole poco convenzionale, eccentrica che vuole emergere.
Anche come è collocato il cappello sulla testa può trasmettere informazioni sulla personalità:
- Calato sugli occhi → Intrigo, sospetto, riservatezza, difesa emotiva.
- Posizionato all’indietro → Rilassatezza, spensieratezza e informalità.
- Di lato (“sulle 23”) → Sicurezza, carattere disinvolto ed intrepido.
Allo stesso modo, i colori influenzano e riflettono la nostra disposizione mentale.
Molti studi hanno dimostrato che l’utilizzo quotidiano di una gamma di colori vibranti può stimolare il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che regola le sensazioni di piacere, ricompensa e sicurezza in sé stessi.
L’espressione Dopamine Dressing è un fenomeno psicologico per cui tonalità accese, stampe particolari, forme originali, tessuti morbidi e comodi, riescono ad apportare benefici alla salute mentale di chi li indossa.
Tutte abbiamo nell’armadio capi del cuore, che ci fanno sentire a nostro agio, sicure e forti. Pertanto, dovremmo vestirci con gioia, indossare abiti e accessori che elevano le nostre vibrazioni, che alimentano l’ottimismo, che alleggeriscono lo spirito e che seguono il flusso dei nostri sentimenti, in modo da essere più positive quando affrontiamo l’ambiente esterno.
L’obiettivo del Dopamine Dressing è rimanere fedele alla propria personalità, integrando il colore sia con moderazione che con pieno entusiasmo. Se sei fan delle tonalità neutre o scure, puoi incorporare un singolo pezzo dal colore vivace o dalla stampa originale.
Generalmente, coloro che indossano accessori brillanti e vibranti vengono percepiti come estroversi, creativi, audaci ed aperti alle esperienze, mentre chi preferisce accessori dai toni più tenui, più discreti, più cupi, vengono avvertiti come più riservati, discreti, sobri, eleganti, calmi o malinconici.
Con l’aiuto dell’armocromia possiamo scoprire i colori che possono esaltare la nostra bellezza naturale, darci energia e rafforzare la nostra autostima.
Individualità e personalità
Alcuni accessori diventano un’estensione della nostra identità, di noi stessi; il cappello è proprio uno di quegli strumenti che rafforza la percezione di noi come individui e potenzia l’Io corporeo!
Nell’ambito dell’interazione umana, la testa ha un’importanza comunicativa essenziale perché è il primo elemento che gli altri percepiscono visivamente. La testa comprende il volto, che consente una presentazione di sé in modo diretto, prima ancora della comunicazione verbale.
Il sociologo Erving Goffman sosteneva che gli accessori ci aiutano a definire e presentare la nostra immagine agli occhi degli altri e, per questa ragione, sentiamo il desiderio che la moda rifletta la nostra personalità e la nostra vita quotidiana.
Ciò che indossiamo è strettamente correlato alla nostra età, ai nostri ricordi, ai nostri gusti, ai nostri desideri, alla nostra occupazione, ai nostri hobby.
Vediamo un esempio:
- Berretto da baseball → Look casual, rilassato, attitude spensierata.
- Fedora → Stile e raffinatezza.
- Cappelli singolari ed unici → Persona anticonformista che desidera distinguersi e proiettare la cura della propria immagine.
Certamente il fattore più rilevante è che gli accessori possono riflettere i nostri valori, le nostre convinzioni, il nostro sostegno per una causa, per uno sport, l’affinità verso un gruppo culturale o ideologico.
Il berretto frigio della Rivoluzione Francese, il basco nero di Che Guevara, il passamontagna punk (balaclava) delle Pussy Riot, sono esempi di come un accessorio sia diventato il simbolo politico e sociale di un’epoca.
La “conchiglia del pellegrino”, nota anche come la concha del peregrino, è un emblema universale del Cammino di Santiago e simboleggia la fede di un pellegrino che ha completato l’intero percorso fino a Santiago de Compostela. Inizialmente, la conchiglia veniva collocata sul cappello o sul mantello, ora, invece, viene indossata intorno al collo, o appesa allo zaino.
Se scegliamo accessori realizzati con materiali eco-sostenibili, mostriamo la nostra sensibilità ed il nostro impegno per l’ambiente, mentre se indossiamo accessori di lusso trasmettiamo il nostro status ed il successo raggiunto.
Un berretto con il fiocco rosa dimostra che sosteniamo la consapevolezza e la ricerca per la lotta contro il cancro al seno. Un cappellino da baseball con il logo di una squadra sportiva dimostra che chi lo indossa sostiene quella squadra e un giocatore specifico; il cappello diventa perciò un simbolo di identità, di appartenenza ad un gruppo ed il desiderio di diventare uno di loro.
Marcel Mauss, antropologo e sociologo, descrisse come gli accessori e i vestiti ci fanno sognare e sentire simili alle celebrità che ammiriamo. Indossarli ci fa provare come se avessimo le loro qualità, anche solo nei nostri desideri
Status symbol e gerarchia
In molte tradizioni e culture, i cappelli sono stati utilizzati per indicare status sociale, rango, posizione gerarchica, sapienza e livello d’istruzione.
In quanto alla posizione sociale, materiali pregiati e design esclusivi sono spesso associati al potere economico ed al desiderio di distinguersi nel mondo. Modelli con queste caratteristiche permettono di relazionarci con il mondo contemporaneo sfruttando le nostre capacità di stabilire connessioni e ottenere vantaggi sociali.
Nel XIX secolo, furono introdotti vari tipi di cappelli e rapidamente adottati dalle classi sociali; i cappelli da uomo marcavano i ranghi attraverso le norme del “hat tipping “ (“saluto col cappello”), un codice per esprimere rispetto ed i confini tra gli individui di una comunità (McCannell 1973).
A seconda dell’occasione, il hat tipping consisteva nel toccare la punta del cappello, o la tesa, tirarla leggermente verso il basso, o sfilare completamente il cappello.
Tra il XIX secolo e all’inizio del XX secolo, il hat tipping era un saluto non verbale molto comune tra gli uomini: in generale, tra amici e conoscenti, il gesto sostituiva scambiarsi parole di commiato. Durante le interazioni tra due persone di ceto distinto, il soggetto di classe inferiore era obbligato a togliersi completamente il cappello, mentre, l’integrante della classe superiore, si limitava a toccare il proprio copricapo.
Questo gesto di rispetto e cortesia, secondo Erwin Panofsky, storico dell’arte e saggista (Studi di iconologia), non era semplicemente un saluto convenzionale, ma era un indicatore di personalità di chi lo compiva, influenzato dall’ambiente culturale, sociale e nazionale in cui viveva.
In merito al concetto di gerarchia, possiamo osservare l’abbigliamento ecclesiastico, l’abbigliamento militare e l’abbigliamento accademico.
L’abbigliamento religioso è visto principalmente come segno di distinzione del clero dalla comunità dei fedeli, in quanto funge da mediatore tra il divino e l’umano.
Indumenti ed accessori confezionati con stoffe pregiate, decorati con ricami di alta qualità, impreziositi con pietre di valore, sono elementi che riflettono lo status dell’individuo all’interno della gerarchia ecclesiastica e destinati a sottolineare il rispetto verso il sacro.
La solennità e la magnificenza dei luoghi liturgici, in aggiunta, contribuiscono a ricreare un mondo celeste in cui il credente viene impressionato e spinto a vivere una vita di devozione e virtù.
Tra sacro e profano: la moda s'ispira all'abbigliamento liturgico.
In ambito militare, invece, quando un soldato porta la mano alla fronte per il saluto militare, segnala la presenza o l’assenza di fregi al centro del berretto, manifestando così l’arma di appartenenza ed il grado nella scala gerarchica.
In epoca medievale, per mostrare i loro volti, i cavalieri europei dovevano sollevare la visiera dei loro elmi di metallo. Rimuovere la parte che occultava la loro identità, era un messaggio non verbale di rispetto e saluto verso chiunque si stessero rivolgendo.
Come abbigliamento accademico, il cappello chiamato tocco è sempre stato usato come contrassegno di dignità, rango sociale o mestiere, come per giudici, procuratori, avvocati e persino duchi!
Per i neolaureati, conosciamo il tocco o la corona d’alloro, ma esiste anche un altro modello, un “cappello goliardico”, la feluca, ovvero un copricapo a punta in stile medievale, il cui colore cambia a seconda della facoltà, indossato da matricole o laureandi che mantengono ancora vive antiche tradizioni e costumi locali.
Per contrasto, un tipo di cappello vessatorio è il cappello d’asino, cappello a forma di cono con lunghe orecchie d’asino, che veniva fatto indossare agli alunni in punizione per non aver studiato la lezione. Questo cappello fortunatamente non esiste più da tempo perché era uno strumento umiliante per stigmatizzare studenti ignoranti.
Un ulteriore berretto disonorevole era il cappello verde dei “falliti” o “insolventi”. Nell’antica Roma i debitori insolventi potevano estinguere i propri debiti sottoponendosi ad un’umiliazione pubblica: seminudi ed indossando un cappello verde, dovevano alzarsi e sedersi per tre volte sulla pietra dello scandalo e gridare ad alta voce “cedo bona” o “cedo bonis” (svendo tutti i miei beni), come segno distintivo del proprio fallimento.
Un cappello simile a punta fu utilizzato per identificare e segnalare le donne processate e ritenute colpevoli di stregoneria.
Durante l’Inquisizione Spagnola, i condannati per delitti religiosi venivano trascinati in una processione pubblica (Autodafé) indossando un cappello da somaro e frustati a seconda della sentenza.
Autostima ed impatto psicologico
Gli accessori svolgono un ruolo cruciale nel nostro guardaroba, in quanto hanno il potere di trasformare e migliorare un semplice outfit, generare emozioni positive e farci sentire attraenti.
Quando ci sentiamo a nostro agio con i vestiti che indossiamo, in automatico cambia la nostra condizione mentale: proviamo felicità, irradiamo buona energia e perfino cambiamo il modo in cui camminiamo!
Questo stato agisce positivamente sull’autostima e condiziona la maniera in cui veniamo percepirti dagli altri al punto da suscitare sentimenti di ammirazione e di rispetto.
Studi sulla psicologia dell’abbigliamento hanno dimostrato come abiti ed accessori influenzano le nostre performance quotidiane, il nostro comportamento lavorativo, le nostre relazioni sentimentali.
L’impatto che gli abiti hanno su chi li indossa, il “enclothed cognition”, è stato materia di investigazione per vari ricercatori, come Hajo Adam e Adam E. Galinsky della Northwestern University di Evanston (USA), o Karen J. Pine (“Mind what you wear: The Psychology of Fashion”).
La moda attiva un meccanismo psicologico subliminale che cambia il nostro modo di pensare, di agire e concepire noi stessi, al punto di spingerci a compiere gesti che in altre circostanze non avremmo il coraggio. In pratica, ci sentiamo più powerfull ed audaci!
Difatti, le ricerche di Pine spiegano come quello che indossiamo ha il potenziale di liberare i nostri “super poteri”, influire sul nostro inconscio, cambiare il nostro carattere ed inviare messaggi del nostro io verso la società.
Anche nei momenti difficili, dedicare tempo e attenzione alla scelta di un accessorio che ci faccia sentire bene può essere una piccola vittoria quotidiana, un atto di amore verso sé stessi.
I cappelli, le fasce o i turbanti che scegliamo di indossare possono diventare un simbolo di forza, resilienza e bellezza, che parte da dentro di noi rendendoci più forti e sicuri di noi stessi.
Il cappello come amuleto
Gli accessori possono avere un significato simbolico, un valore sentimentale che trascende la loro funzione.
Un regalo di una persona cara, o un complemento ereditato carico di ricordi speciali, possono dare conforto emotivo nelle sfide della vita quotidiana. Più di un semplice ornamento, possono essere fonte di forza e fiducia in sé stessi durante le interazioni con il mondo esterno.
Poiché gli accessori proiettano ciò che siamo, la nostra storia, anche ciò che utilizziamo per decorare il nostro cappello o il nostro turbante (una spilla, un orecchino, un foulard, una piuma), possono rivelare il nostro lato scaramantico, le nostre credenze e la nostra fiducia nel potere delle buone energie.
Fashion tips
Consigli pratici per sentirsi bene con un copricapo:
- Scegli colori che ti valorizzano: Prediligere colori che valorizzano il proprio incarnato e l’umore.
- Trova una forma che si adatti al tuo viso: Prova diversi modelli per scoprire quali bilanciano meglio le proporzioni del tuo volto.
- Punta sui dettagli: Una spilla, un fiore o un ricamo possono rendere unico anche un accessorio semplice.
- Opta per tessuti confortevoli: Per chi indossa un copricapo per lunghi periodi, è fondamentale scegliere materiali morbidi e traspiranti e piacevoli al contatto.
Conclusioni
La modisteria rappresenta una forma d’arte che riflette la società e l’evoluzione del gusto.
Oggi, grazie alla creatività e all’originalità degli artigiani, il cappello continua a essere un elemento distintivo, capace di raccontare storie e suscitare emozioni. In un’epoca in cui la moda è un linguaggio universale, il cappello resta un simbolo forte, un ponte tra tradizione e innovazione.
I cappelli non sono solo accessori, ma strumenti capaci di valorizzare l’individuo. Sono e sempre saranno la cornice della bellezza naturale, un mezzo per spostare l’attenzione sul volto e sullo sguardo, esaltando unicità ed eleganza.
Che sia un cappello elegante, un turbante o un berretto di tendenza, ogni scelta racconta qualcosa di chi lo indossa, trasformando un semplice copricapo in un manifesto di stile e personalità.
Bibliografia
- Enclothed cognition. Journal of Experimental Social Psychology, Adam, H., Galinsky, A. D.
- Mind What You Wear: The Psychology of Fashion, Pine, K.
- The influence of clothing on first impressions: Rapid and positive responses to minor changes in male attire. Journal of Fashion Marketing & Management,), Howlett, N., Pine, K. L., Orakçıoğlu, I.
- Psicologia dell’abbigliamento, John Carl Elugel – Franco Angeli Editore.
- The Psychology of clothing, Eveleth Pedersen.
- Iconografia e iconologia, Erwin Panofsky.
- Insegne e Simboli – Araldica pubblica e privata medievale e moderna, Giacomo C. Bascapé, Marcello del Piazzo.
- La Moda, Georg Simmel.
- Leggende Pisane – i Goliardi che resistono, Fabio Fasarelli, Il Tirreno.
- Il Cappello The Hat, Galleria del Costume di Palazzo Pitti, Simona Fulceri, Katia Sanchioni.
- The mode in Hats and Headdress, R.Turner Wilcox.
- The Met Museum, New York.
- Europeana.
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